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Cons. di Stato, Sez. V, n. 2094/2013 - IL POTERE COMUNALE NEL GOVERNO DEL TERRITORIO E LE CAVE


IL POTERE COMUNALE SUL GOVERNO DEL TERRITORIO E LE CAVE

 Con sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V. n. 2094/13, pubblicata il 16.04.2013, confermativa di quella del TAR Veneto n. 1341/11, che aveva a sua volta rigettato il ricorso comunale per l’annullamento della delibera della G.R. Veneto n. 2384/06 di autorizzazione di cava.

 Spiace dover constatare che, ancora una volta, la magistratura amministrativa si è appiattita su posizioni “di retroguardia”, formalmente aderenti alla lettera delle norme ma, nella sostanza, elusive se non contrastanti con lo spirito delle medesime e con le intenzioni del Legislatore, anche Europeo.

 Che senso ha avuto, infatti, prevedere un termine di circa 10 mesi – dal settembre 1982! – per la redazione del P.R.A.C., con ulteriore obbligo di revisione del Piano almeno ogni tre anni (cfr. art. 7, L.R. n. 44/1982), se poi l’Esecutivo Regionale può tranquillamente “congelare” ad libitum la previsione normativa, poiché non sono previsti dalla norma poteri sostitutivi e continuare, a tempo indeterminato e nonostante una sentenza di condanna del T.A.R. Veneto, a rilasciare autorizzazioni di cava fondate su una disciplina transitoria (artt. 13 e44, L.R. cit.) che non rende alcuna tutela – se non di facciata –ai valori paesaggistici e di salvaguardia ambientale del territorio?

 E ancora, che senso ha collocare il “principio di precauzione”al più alto grado tra le fonti normative ed i criteri guida dell’azione amministrativa di tutte le istituzioni degli stati membri UE (cfr. art. 191, par. 2, Trattato di Lisbona), affermando la prevalenza dei valori della salute pubblica e della tutela dell’ambiente salubre su qualsiasi altro interesse contrapposto e la conseguente necessità, per le Pubbliche Amministrazioni, di adottare qualsiasi misura necessaria e preservarne l’integrità, di fronte al rischio anche solo potenziale di compromissione, se poi si esclude che i comuni possono applicare detto principio, poiché esula dalle loro competenze istituzionali, l’attività estrattiva riservata alla Regione Veneto che non ha provveduto in trent’anni dal 1982.

 E, infine, che senso ha parlare, anche qui ai più alti gradi della Giustizia (Corte Cost., n. 196/2004; Consiglio di Stato, Sez. IV, n. 2710/12 sul P.R.G. di Cortina), di una nuova dimensione dell’urbanistica, quale concetto involgente tutti gli aspetti – anche ambientali e sociali – connessi alla tutela della risorsa “territorio”, se poi, ancora nel 2013, si trova il coraggio di trincerarsi dietro al paravento della natura eccezionale delle misure di salvaguardia urbanistica e, in tal modo, si arriva a giustificare l’assunto per cui, a fronte di una variante adottata, un fabbricato edilizio in contrasto, - magari un semplice ricovero attrezzi o un box auto – deve essere inesorabilmente inibito; mentre, invece, si può tranquillamente procedere all’apertura di una voragine di venti metri di profondità e di 50.000 mq per l’estrazione di migliaia di mc. di ghiaia?

Forse che l’impatto sul territorio di un bacino di scavo è inferiore a quello di un ordinario fabbricato edilizio?

 Sono domande la cui risposta dovrebbe essere ovvia, per un giudice moderno, aperto a cogliere lo spirito della legge, e non solo la sua lettura, a farsi interprete avanzato della domanda di tutela espressa dalle comunità locali, e non solo freddo custode di una legalità di facciata.

 Purtroppo, però, ha prevalso la “conservazione” dell’esistente, come troppo spesso accade nelle aule delle Corti Italiane.



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